Deglobalizzazione: Un Nuovo scenario Nell'Economia Mondiale

Franca Gragnaniello

Franca Gragnaniello

La pandemia da Covid-19, la guerra in Ucraina, la rinascita dei nazionalismi populisti e le crescenti tensioni tra la Cina e tutti i suoi principali partner commerciali, hanno portato gli esperti a proclamare la morte della globalizzazione. Tuttavia, quello che si prospetta non è un mondo meno globalizzato.

Ma facciamo un passo indietro e partiamo dalla definizione del termine Globalizzazione e la sua entrata in scena.

Che Cos’è la Globalizzazione?

Con il termine globalizzazione si indica il fatto che tutti i processi decisivi nei campi economici e tecnologici avvengono ormai su scala mondiale e con un altissimo grado di interdipendenza reciproca.

L'internazionalizzazione dell'economia, è un fenomeno storico che risale addirittura al XVI secolo. Ma negli ultimi decenni si è enormemente intensificata, soprattutto a causa dell’avvento di Internet che ha accelerato enormemente i flussi di informazione, che un tempo viaggiavano su canali e a velocità completamente diverse. Nell’ ultima parte del Novecento e dopo la caduta del muro di Berlino, che ha aperto uno scenario profondamente nuovo sul piano economico, sociale e culturale, il termine che più di ogni altro riassume i cambiamenti avvenuti da ogni punto di vista è globalizzazione". Tali cambiamenti hanno inciso profondamente sugli aspetti economici e hanno di conseguenza travolto l’intera società sia in positivo  che in negativo. Così siamo passati da una civiltà contadina ed economicamente arretrata ad una società industrialmente avanzata seguita da una dimensione sempre più informatica, tecnica e civile. Se da un lato c’ è la globalizzazione commerciale, che ha portato i suoi vantaggi, dall'altro ha preso piede una globalizzazione produttiva, che risponde più semplicemente al termine di delocalizzazione. In altre parole, molte grandi imprese occidentali, rispondendo a una necessità di risparmio e ottimizzazione, hanno iniziato a trasferire le produzioni in paesi del Terzo Mondo, spesso accompagnando questi trasferimenti con strategie di riduzione del personale. Con la pandemia e l’attuale conflitto Russia - Ucraina il fenomeno della globalizzazione ha rallentato questa  corsa.

Deglobalizzazione

L’avvento del Coronavirus ha dimostrato, più di altri eventi, la fragilità delle catene globali di approvvigionamento delle materie prime e ha impresso una sostanziale accelerata al cosiddetto trend di “deglobalizzazione”, termine che tecnicamente significa “superamento della globalizzazione attraverso l’incentivazione dei mercati locali”. La deglobalizzazione quindi non deve essere intesa come qualcosa di estremo, una deflagrazione della globalizzazione che da 40 anni caratterizza l’economia mondiale, ma intesa come un rallentamento nelle tendenze di integrazione economico-finanziaria tra Paesi. Praticamente invece che ritirarsi, la globalizzazione sta assumendo una forma per larghi tratti sconosciuta anche agli analisti. La pandemia è stata solo l’ultimo – anche se il più impattante – di una serie di eventi avversi al modello globalizzato, ci sono evidenti questioni geopolitiche, di cui non ultima la guerra in Ucraina. Al centro della deglobalizzazione ci sono soprattutto le tensioni geopolitiche tra Cina e Stati Uniti e, in generale, il rapporto di dipendenza (Europa inclusa) che si è instaurato con la Cina, la “fabbrica del mondo” per antonomasia.

Già da tempo (le statistiche fissano nel 2008 l’anno della svolta) quello che era l’avanzare inesorabile della globalizzazione si era arrestato: la pandemia prima e la guerra poi hanno aperto nuove crepe. Kant scrisse, già nel Settecento, che:

Lo spirito del commercio.. presto o tardi, contagia ogni nazione, ed è incompatibile con la guerra

Norman Angell – premio Nobel per la pace nel 1933 - invece affermò:

che l’interdipendenza fra Paesi rende la guerra non più profittevole.

Ma, con gli avvenimenti attuali e alquanto tragici, viene facile affermare che l’interdipendenza è bella ma è anche fragile: abbassa i costi e intensifica gli scambi, ma facilita inesorabilmente il passaggio delle crisi lungo le maglie delle fin troppo lubrificate catene di offerta.

Reshoring, ovvero il “grande rientro”

La fragilità della globalizzazione ha portato alla luce  la consapevolezza che in un contesto di forti interdipendenze tra economie, basta che uno shock - come il virus o la guerra  – colpisca uno degli anelli della catena che l’impatto diventa sistemico. Questa situazione fa sì che oggi gli Stati industrializzati  spingano verso politiche protezioniste e nazionalismo economico. Ma come si possono collocare le aziende Italiane in questo scenario?

Ci sono tre correttivi principali che possono offrire opportunità ai produttori italiani

  • Il primo correttivo è quello dei beni strategici. Globalizzare è bello, ma è bello anche diversificare, per non essere troppo dipendenti da un solo o pochi fornitori. Nasce quindi la necessità per  le imprese investire per diversificare e l’Italia è ben posizionata per farsi produttore di beni strategici.
  • Il secondo correttivo sta nel fatto che il cieco gioco delle convenienze non deve più guardare solo ai risparmi di costi. Il fornitore non deve essere solo conveniente ma anche affidabile. Il ‘reshoring’ (il ritorno in patria delle produzioni precedentemente delocalizzate) acquista così anche la dimensione del ‘friendshoring’ (delocalizzare sì, ma solo verso Paesi amici). E l’Italia è certamente un Paese amico, pronto a ricevere insediamenti dirottati da Paesi non-amici.
  • Il terzo correttivo sta nel passaggio dal ‘just in time’ ( giusto il  tempo) al ‘just in case’(per ogni evenienza), insomma nel caso di ‘pecora nera' è bene avere più opzioni per mantenere quella produzione che prima camminava sul filo del ‘just in time’

Chiaramente tutto ciò può avvenire solo se Stato e Imprese collaborano tra loro, il primo con l’attuazione di incentivi e il secondo con una politica di cambiamento strutturale sia all’interno dell’azienda che all’esterno cercando di sviluppare nuove sinergie. Lo Stato per rendere effettivo questo straordinario potenziale ha messo sul tavolo i fondi del   PNNR per intervenire, sia nel lato spesa sia, e forse più importante, nel lato riforme. Per contro le PMI italiane devono rendersi conto che il vecchio sistema di fare imprese deve andare in cantina, oggi occorre puntare sulla trasformazione digitale, transizione energetica e sostenibilità, punti che rappresentano il cuore di questa nuova era.

Conclusioni

Dobbiamo tornare a sentirci un grande paese Unito. Sappiamo che l’Italia è la seconda nazione manifatturiera europea e la settima nel Mondo, ma  pochi sanno  che è seconda, davanti alla Cina e dietro alla solita Germania, per complessità dell’export, ossia per numerosità di mercati (intesi sia settorialmente sia geograficamente) in cui vende oltre confine. È risaputo che le tre effe (food, fashion, furniture) danno lustro al made in Italy con circa un quinto dell’export. Pertanto la deglobalizzazione potrebbe risultare un’opportunità per le aziende italiane per uscire dalla tempesta Uniti e più Forti.

 

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